Ed invece grazie ad empirici accorgimenti tecnici alcuni geni, come Claude Friese-Greene, inventore del Biocolour, riuscivano a rendere timidamente colorate le immagini, restituendoci una sensazione che il cinema "ufficiale" non era mai riuscito a regalarci: vedere il passato a colori! Questa è Londra nel 1927, sembra di aprire la finestra e guardarla muoversi sotto di noi.
Un blog attento e curioso: uno spazio per immagini, riflessioni e appunti che val la pena di salvare dal flusso caotico della quotidianità.
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giovedì 23 maggio 2013
Il mondo a colori!
Le immagini antiche sono sempre state in bianco e nero per ovvie ragioni tecniche. In bianco e nero si è costruito quindi l'immaginario di intere generazioni. Anch'io, da bambino, guardando le foto o i filmati del passato ho pensato che il mondo di prima fosse davvero senza colori!
Ed invece grazie ad empirici accorgimenti tecnici alcuni geni, come Claude Friese-Greene, inventore del Biocolour, riuscivano a rendere timidamente colorate le immagini, restituendoci una sensazione che il cinema "ufficiale" non era mai riuscito a regalarci: vedere il passato a colori! Questa è Londra nel 1927, sembra di aprire la finestra e guardarla muoversi sotto di noi.
Ed invece grazie ad empirici accorgimenti tecnici alcuni geni, come Claude Friese-Greene, inventore del Biocolour, riuscivano a rendere timidamente colorate le immagini, restituendoci una sensazione che il cinema "ufficiale" non era mai riuscito a regalarci: vedere il passato a colori! Questa è Londra nel 1927, sembra di aprire la finestra e guardarla muoversi sotto di noi.
martedì 21 maggio 2013
R.O.S.S.@
Questo il documento approvato a Bologna l'11 maggio.
Lo sfruttamento del lavoro, la disoccupazione e la precarietà di massa, la violenza sulle donne, le discriminazioni e la soppressione dei diritti, la cancellazione della democrazia, la devastazione della natura, avanzano. È necessario qui ed ora un movimento sociale e politico anticapitalista e libertario, che non insegua i miraggi di piccoli aggiustamenti che in nome del meno peggio portano sempre al peggio.
Noi pensiamo che sia necessario riprendere la via della liberazione della società dal dominio del mercato e del profitto, noi pensiamo che oggi si possa e si debba rendere attuale il socialismo. Competitività, flessibilità, austerità, produttività sono parole che presiedono alle politiche oggi dominanti. Politiche nemiche della umanità e della natura. Bisogna rompere con esse e con chi le adotta come valore e metro di misura. Dobbiamo combattere i privilegi della casta, ma ancora di più lottare contro il potere vero, quello della ricchezza, del mercato, dei padroni.
A tutto questo contrapponiamo il socialismo del 21° secolo, che si costruisce sulle necessità di oggi, con obiettivi e conquiste progressive e con la partecipazione popolare, che cammina passo passo con le lotte per la liberazione dallo sfruttamento e da ogni oppressione.
Noi vogliamo:
1) Rompere con l’Unione europea. Democrazia vera, diritti del lavoro (a proposito dei quali è fondamentale la riconquiste dell’art. 18), stato sociale, eguaglianza, libertà sono incompatibili con l’Europa del rigore, del fiscal compact, di Maastricht e della Troika. Non c’è nulla da rinegoziare, i trattati vanno cancellati. L’euro e il debito non ci debbono più ricattare, bisogna che i popoli conquistino la sovranità sulla moneta e sulla spesa pubblica.
2) Ridurre l’orario di lavoro e il tempo di lavoro a parità di salario, mentre il reddito deve essere garantito a chi non ha un lavoro sicuro e dignitoso. La salute e la sicurezza sul lavoro vengono prima di tutto. L’educazione e la formazione pubbliche, l’abitare, la sanità pubblica vanno garantite e tutta la società va ricostruita su nuove basi. La sola compatibilità è l’eguaglianza sociale
3) I beni comuni in mano pubblica, così come le banche e le attività strategiche. Il lavoro deve controllare la produzione e il potere pubblico deve impedire la chiusura delle aziende, le delocalizzazioni, i licenziamenti. La democrazia deve entrare in ogni luogo di lavoro. Riconversione industriale e produttiva, salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale, intervento pubblico generalizzato nella economia. No al TAV e alle grandi opere. No alla militarizzazione dei territori per favorire la devastazione ambientale
4) Libertà delle donne contro l’oppressione patriarcale, libertà e cittadinanza dei migranti contro le leggi schiaviste, libertà e diritti delle persone contro i poteri del mercato e delle burocrazie autoritarie.
5) Una politica fiscale immediatamente e fortemente redistributiva verso i redditi fissi, da lavoro e pensione, a danno della grande rendita, del grande capitale, delle ricchezze private e dell’evasione.
6) Pace e disarmo, con la fine immediata di tutte le missioni militari all’estero e di tutte le spese di guerra. Liberazione dalle servitù militari e dall’occupazione imperialista dei nostri territori.
7) Una vera democrazia fondata su una legge elettorale proporzionale pura, sulla distruzione dei privilegi delle caste, sul diritto dei lavoratori a decidere liberamente su chi li rappresenta e sugli accordi, sulla partecipazione, sui referendum, sul diritto a decidere delle popolazioni nel territorio. Diciamo no al presidenzialismo e all’autoritarismo plebiscitario che mirano a distruggere la Costituzione Repubblicana. No alla repressione dei movimenti e dei conflitti. Libertà per le/i compagne/i arrestate/i.
Non uno solo di questi punti è oggi interamente sostenuto dalle forze di centrosinistra e dai grandi sindacati confederali. Sono nostri avversari il governo Napolitano Letta Berlusconi, il suo programma e chi lo sostiene. Sono avversari la politica di austerità della Troika europea, e la sua traduzione nelle relazioni sindacali con il patto corporativo tra CGIL CISL UIL e Confindustria. Sono altro da noi tutta la politica del centrosinistra e tutti i tentativi di riaffermarla.
Noi vogliamo essere militanti di un movimento politico che affermi il diritto e la legittimità dell’alternativa, che rovesci gli equilibri, i poteri, i vincoli che oggi impediscono ogni reale cambiamento e che prima di tutto sia uno strumento per l’organizzazione e la rappresentanza di tutte e tutti coloro che vengono colpiti dallo sviluppo capitalista e dalla sua crisi e vogliono ribellarsi. Per questo cominciamo oggi un percorso che sappiamo difficile e pieno di ostacoli, ma convinti che se le forze anticapitaliste in Italia resteranno nella frammentazione attuale, la reazione antisociale continuerà.
Aderiamo a questo percorso come militanti che non rinunciano alle proprie appartenenze sindacali, politiche e nei movimenti sociali, ma che impegnano la propria persona nell’impresa di costruire una casa comune della lotta e dell’alternativa anticapitalista.
Aderiamo a questi punti e a questa proposta per lavorare alla loro diffusione, approfondimento, arricchimento e alla organizzazione del percorso. Sappiamo che il primo metro di misura saranno il rigore e la coerenza personale con cui li porteremo avanti.
Ci ritroveremo a settembre dopo aver discusso in ogni parte del paese. Ci diamo come scadenza il prossimo autunno. Allora dovremo essere in piazza con una forza tale da mettere in crisi il governo e il dominio della Troika europea e chi li sostiene. Ora cominciamo.
http://perunmovimentoanticapitalista.wordpress.com/
Lo sfruttamento del lavoro, la disoccupazione e la precarietà di massa, la violenza sulle donne, le discriminazioni e la soppressione dei diritti, la cancellazione della democrazia, la devastazione della natura, avanzano. È necessario qui ed ora un movimento sociale e politico anticapitalista e libertario, che non insegua i miraggi di piccoli aggiustamenti che in nome del meno peggio portano sempre al peggio.
Noi pensiamo che sia necessario riprendere la via della liberazione della società dal dominio del mercato e del profitto, noi pensiamo che oggi si possa e si debba rendere attuale il socialismo. Competitività, flessibilità, austerità, produttività sono parole che presiedono alle politiche oggi dominanti. Politiche nemiche della umanità e della natura. Bisogna rompere con esse e con chi le adotta come valore e metro di misura. Dobbiamo combattere i privilegi della casta, ma ancora di più lottare contro il potere vero, quello della ricchezza, del mercato, dei padroni.
A tutto questo contrapponiamo il socialismo del 21° secolo, che si costruisce sulle necessità di oggi, con obiettivi e conquiste progressive e con la partecipazione popolare, che cammina passo passo con le lotte per la liberazione dallo sfruttamento e da ogni oppressione.
Noi vogliamo:
1) Rompere con l’Unione europea. Democrazia vera, diritti del lavoro (a proposito dei quali è fondamentale la riconquiste dell’art. 18), stato sociale, eguaglianza, libertà sono incompatibili con l’Europa del rigore, del fiscal compact, di Maastricht e della Troika. Non c’è nulla da rinegoziare, i trattati vanno cancellati. L’euro e il debito non ci debbono più ricattare, bisogna che i popoli conquistino la sovranità sulla moneta e sulla spesa pubblica.
2) Ridurre l’orario di lavoro e il tempo di lavoro a parità di salario, mentre il reddito deve essere garantito a chi non ha un lavoro sicuro e dignitoso. La salute e la sicurezza sul lavoro vengono prima di tutto. L’educazione e la formazione pubbliche, l’abitare, la sanità pubblica vanno garantite e tutta la società va ricostruita su nuove basi. La sola compatibilità è l’eguaglianza sociale
3) I beni comuni in mano pubblica, così come le banche e le attività strategiche. Il lavoro deve controllare la produzione e il potere pubblico deve impedire la chiusura delle aziende, le delocalizzazioni, i licenziamenti. La democrazia deve entrare in ogni luogo di lavoro. Riconversione industriale e produttiva, salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale, intervento pubblico generalizzato nella economia. No al TAV e alle grandi opere. No alla militarizzazione dei territori per favorire la devastazione ambientale
4) Libertà delle donne contro l’oppressione patriarcale, libertà e cittadinanza dei migranti contro le leggi schiaviste, libertà e diritti delle persone contro i poteri del mercato e delle burocrazie autoritarie.
5) Una politica fiscale immediatamente e fortemente redistributiva verso i redditi fissi, da lavoro e pensione, a danno della grande rendita, del grande capitale, delle ricchezze private e dell’evasione.
6) Pace e disarmo, con la fine immediata di tutte le missioni militari all’estero e di tutte le spese di guerra. Liberazione dalle servitù militari e dall’occupazione imperialista dei nostri territori.
7) Una vera democrazia fondata su una legge elettorale proporzionale pura, sulla distruzione dei privilegi delle caste, sul diritto dei lavoratori a decidere liberamente su chi li rappresenta e sugli accordi, sulla partecipazione, sui referendum, sul diritto a decidere delle popolazioni nel territorio. Diciamo no al presidenzialismo e all’autoritarismo plebiscitario che mirano a distruggere la Costituzione Repubblicana. No alla repressione dei movimenti e dei conflitti. Libertà per le/i compagne/i arrestate/i.
Non uno solo di questi punti è oggi interamente sostenuto dalle forze di centrosinistra e dai grandi sindacati confederali. Sono nostri avversari il governo Napolitano Letta Berlusconi, il suo programma e chi lo sostiene. Sono avversari la politica di austerità della Troika europea, e la sua traduzione nelle relazioni sindacali con il patto corporativo tra CGIL CISL UIL e Confindustria. Sono altro da noi tutta la politica del centrosinistra e tutti i tentativi di riaffermarla.
Noi vogliamo essere militanti di un movimento politico che affermi il diritto e la legittimità dell’alternativa, che rovesci gli equilibri, i poteri, i vincoli che oggi impediscono ogni reale cambiamento e che prima di tutto sia uno strumento per l’organizzazione e la rappresentanza di tutte e tutti coloro che vengono colpiti dallo sviluppo capitalista e dalla sua crisi e vogliono ribellarsi. Per questo cominciamo oggi un percorso che sappiamo difficile e pieno di ostacoli, ma convinti che se le forze anticapitaliste in Italia resteranno nella frammentazione attuale, la reazione antisociale continuerà.
Aderiamo a questo percorso come militanti che non rinunciano alle proprie appartenenze sindacali, politiche e nei movimenti sociali, ma che impegnano la propria persona nell’impresa di costruire una casa comune della lotta e dell’alternativa anticapitalista.
Aderiamo a questi punti e a questa proposta per lavorare alla loro diffusione, approfondimento, arricchimento e alla organizzazione del percorso. Sappiamo che il primo metro di misura saranno il rigore e la coerenza personale con cui li porteremo avanti.
Ci ritroveremo a settembre dopo aver discusso in ogni parte del paese. Ci diamo come scadenza il prossimo autunno. Allora dovremo essere in piazza con una forza tale da mettere in crisi il governo e il dominio della Troika europea e chi li sostiene. Ora cominciamo.
http://perunmovimentoanticapitalista.wordpress.com/
lunedì 8 aprile 2013
C'era una volta la sinistra italiana
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| Copertina del n. 793 di Internazionale |
Senza nascondersi dietro un dito, si può tranquillamente dire che la situazione è disastrosa. Partiamo dal risultato elettorale. I numeri sono impietosi: con Rivoluzione Civile al 2% e SEL al 3% la sinistra in Italia non supera il 5% dei consensi, la metà del risultato medio della sinistra nel resto dei maggiori paesi europei.
Rivoluzione Civile è un contenitore ormai vuoto come fu la Sinistra Arcobaleno dopo le elezioni del 2008. C'è da chiedersi se sia mai stato un progetto valido e pieno di contenuti. Certo le idee non mancavano, la partenza era stata interessante: un "parto naturale" di gruppi di compagni che, sui territori, da mesi si andavano interrogando se ci fosse una possibilità di essere sinistra anche in un'epoca di sfaldamento delle tradizionali forme del fare politica. Dopo un interessante addensamento di un'area culturale attorno a dei principi chiaramente antiliberisti, l'accelerazione imposta dagli eventi ha impedito di tradurre in qualcosa di concreto questa buona intenzione. Assecondare l'autocandidatura di Ingroia è stata una pessima scelta in quanto il buon procuratore non aveva né lo spessore politico né la capacità di trasmettere un messaggio nettamente "rivoluzionario" e di sinistra. Come era naturale, comunicativamente è passato solo un generico richiamo ad una maggiore moralità nella pubblica amministrazione. Ma non poteva certo bastare: in un momento di disfacimento del sogno liberista e capitalista, la sinistra deva saper offrire ben altre riflessioni e delineare scenari (e soluzioni) molto più articolati e "attraenti". Infine, le candidature non hanno tenuto conto dei territori e dei movimenti che inizialmente avevano visto in Rivoluzione Civile un'aria politica più respirabile.
SEL può vantare una magrissima vittoria di Pirro. Con un risultato elettorale sconfortante, solo grazie al Porcellum riesce a portare una quarantina di deputati in Parlamento. Ma quello che è più grave è stato l'allearsi politicamente con un partner dieci volte più grande: ciò ha fatto percepire inevitabilmente SEL come un elemento subalterno e schiacciato sul suo ingombrante alleato, relegato nel ruolo di una sorta di corrente esterna del PD. Il messaggio sbiadito e la collocazione in cono d'ombra hanno portato a SEL una vistosa emorragia di voti (verso Grilo) che ha dimezzato la "simpatia" (alla greca) che questo partito esercitava sugli italiani. Ora una più che probabile confluenza nel PD rende chiara una svolta politica che porta fuori SEL dall'orbita della sinistra europea e la conduce nell'area del socialismo europeo. SEL non a caso in campagna elettorale ha costantemente eluso (se non a parole, nei fatti) il vero nodo della questione: rassicurare la troika (BCE, FMI, CE) e i mercati o parlar chiaro ai cittadini messi in ginocchio dalle loro politiche?
In questo scenario, con il PD che in continuo ed estenuante ondeggiamento, sedotto da Monti o forse no, milioni di voti sono volati verso il M5S e la frittata è stata fatta. Ora cosa resta? Agli italiani un difficile futuro prossimo, senza governo e senza maggioranza. Alla sinistra una nuova ripartenza da affrontare, nonostante le forze e le risorse siano ancora più risicate di prima. Chi vivrà vedrà. Certo che, in un momento così difficile, non è molto rassicurante vedere la sinistra in questo stato; la mancanza di una seria risposta politica alla crisi mondiale del capitalismo è la cosa che più mi preoccupa.
giovedì 28 febbraio 2013
Democrack
Rubo un titolo al Manifesto, perchè più di ogni altro commento rende l'idea del tracollo del PD. Dopo la vuota euforia mediatica delle primarie, che pure avevano dato un prezioso segnale a Bersani, nessuna delle aspettative di quell'elettorato si è realizzata e il partito è rimasto paralizzato in una posizione attendista e insipida, che oggi bordeggiava con Monti, domani con Sel.
I numeri parlano da soli: i 12 milioni di voti raccolti dal PD nel 2008 si sono ridotti ad 8,6 nel 2013. Un elettore su quattro ha abbandonato il PD. Questo è il segno che non si è tenuto conto né della ventata di rinnovamento dei vertici richiesta da Renzi, né della richiesta di spostamento del'asse a sinistra richiesta dagli elettori di Vendola. Bersani fa peggio di Veltroni e addirittura di Rutelli. Senza una piattaforma chiara, una grossa fetta di elettorato del PD si è rifugiato nel voto a cinque stelle. In Puglia il PD perde il 14% dei voti rispetto al 2008. Gli elettori hanno visto nelle mani del PD la "pistola fumante" delle draconiane ed ingiuste riforme di Monti.
Un pasticcio insomma. Ci sarebbero sufficienti motivi per dimettersi, ma invece Bersani nicchia e non decide. Se i numeri hanno un senso, il partito è in ginocchio, ma proprio a Bersani bisogna affidare il compito di esplorare il campo per trovare una soluzione alla crisi. Dovremo affidare al taglialegna la cura del bosco. Paradossi italiani.
mercoledì 27 febbraio 2013
Una prima analisi del voto
Francamente la situazione non mi preoccupa molto, credo che il Paese abbia dato delle indicazioni chiare, forse in modo inatteso o scomposto, ma sicuramente si troverà una soluzione di fase. Certo la botta è stata forte: quando circa 16 milioni di elettori cambiano voto rispetto al precedente si può correttamente parlare di terremoto politico.
Ma la reattività mostrata dall'elettorato rispetto ad uno squagliamento del vecchio quadro politico mi suscita interesse e curiosità. Penso che il manipolo di quarantenni (37 anni è l'età media della compagine parlamentare M5S!), di donne, di nuove facce che abiteranno le stanze del potere siano una risorsa e non un problema.
Nel campo del centro-sinistra dobbiamo dire parole chiare: dopo la vuota euforia delle primarie, gli elettori hanno compreso che non era credibile chi si propone nuovo avendo votato infinite fiducie a Monti. Gli elettori hanno punito gravemente il PD e preferito una incerta speranza ad una più che probabile prosecuzione dell'inciucio. Di riflesso, la punizione si è abbattuta purtroppo anche su Sel che dimezza il suo elettorato e cambia di fatto la sua base sociale.
Alla sinistra, la cui sorte mi sta molto a cuore, dedicherò il prossimo post. Qui la sconfitta assume proporzioni epocali su cui occorre ragionare con attenzione.
lunedì 18 febbraio 2013
martedì 12 febbraio 2013
Il voto utile, secondo me
Non starò a dire, come fa Berlusconi, che il voto utile è quello dato a lui e non a Monti. O, come fanno Vendola e Bersani, a dire che il voto utile è quello dato alla loro coalizione. E nemmeno che il voto utile è quello per il movimento che ho scelto di votare.
Io penso ogni voto sia utile se dato ad un movimento che ha una chiara visione del mondo che vuole costruire e questa visione sia in linea con la propria Weltanschauung. Credo infatti che l'elettore non debba votare contro, non debba fare una mediazione al ribasso dentro di sé, non debba inseguire una idea di governabilità o assecondare il populismo del momento, non debba votare il meno peggio o il famigerato "male minore". A meno di non voler deliberatamente distorcere o turbare l'esito generale del voto, io credo che l'elettore debba votare per rafforzare l'opzione in cui si riconosce, votare in linea con il proprio modo di pensare. Ogni altro tipo di voto mi appare inutile e persino pericoloso, perché distorce la democrazia, inducendo l'elettore a farsi carico di un problema non suo, la cui soluzione non gli spetta.
Nel concreto mi capita sempre più spesso di sentire persone che criticano profondamente il modo in cui è stato governato il paese in questi anni e anche negli ultimi mesi, ma poi in nome di una presunta "voglia di stabilità" sono pronti a votare il contrario di quello che vorrebbero a parole. Sarà voglia di "sentirsi maggioranza" o paura di sentirsi "in pochi", ma molti immaginano le elezioni come una gara ad indovinare (e quindi a votare) il presumibile vincitore.
Io voglio esprimere un voto libero da vincoli, ricatti e contorte strategie, orientandolo verso l'opzione che più sento vicina, al di là di presunte controindicazioni che molti artatamente diffondono, ad uso interessato del classico ricompattamento del quadro politico.
venerdì 8 febbraio 2013
La rivoluzione possibile
Voglio scrivere una dichiarazione di voto motivata e consapevole. Voglio poterla rileggere a distanza di anni da questo voto e condividerla. Ci provo.
Andare alla guerra col capitale, che si presenta più che mai forzuto e arcigno, con lo spadino spuntato e ammorbidito del compromesso al ribasso oggi non è proprio il caso. Il suicidio politico di SEL, che pure era stata criticissima con la politica consociativa del PD, e il suo impiccarsi all'albero dell'accordo Monti-Bersani mi chiude ogni prospettiva di votare la coalizione.
Quello che mi pare prioritario ed opportuno è invece favorire una buona iniezione di sinistra nel Parlamento italiano, costruire quella sinistra europea che dialoga alla pari con gli altri soggetti che in ogni paese sono in posizione fortemente critica con le scelte di una Europa dei mercati e non dei cittadini.
Quello che mi pare prioritario ed opportuno è invece favorire una buona iniezione di sinistra nel Parlamento italiano, costruire quella sinistra europea che dialoga alla pari con gli altri soggetti che in ogni paese sono in posizione fortemente critica con le scelte di una Europa dei mercati e non dei cittadini.
Dentro Rivoluzione Civile si agitano le anime che in questi anni sono state orfane di una rappresentanza e che hanno subito maggiormente le scelte del berlusconismo prima e della eurotecnocrazia poi: sindacati non consociativi, operai, intellettuali, giovani precari, associazionismo, ceti considerati deboli, ancor più indeboliti dalla cosiddetta crisi. Certo c'è anche ceto politico, ma in dose tollerabile, non più di quanto non ci sia nei listini bloccati di altri raggruppamenti. Certo ci sono elementi politicamente disomologhi, c'è una certa personalizzazione sulla figura del leader, ma c'è una lettura molto chiara della fase acuta di aggressione dei diritti sociali e del fatto che occorra ribaltare l'agenda che ha governato le scelte negli ultimi anni.
Una patrimoniale seria, il rimettere al centro il lavoro e combattere la flessibilità pelosa voluta da padronato, una vigorosa tassa sulle transazioni finanziarie improduttive, la lotta all'evasione e alla precarietà, la lotta all'economia del debito e della carta straccia, lo stop al consumo del territorio in nome della crescita e lo stop al dumping sociale e ambientale dei paesi terzi o di porzioni del nostro territorio, il ripensamento della difesa in funzione appunto esclusivamente difensiva. Questi e molti altri temi sono concetti chiave di un serio programma di governo.
Rivoluzione Civile è forse una risposta ancora non perfetta ad una esigenza invece chiarissima, che sin dai primi lavori della sua genesi era stata messa a fuoco: riportare la persona umana al centro delle scelte e arrestare la corsa sfrenata verso il baratro sociale verso cui ci sta portando il liberismo capitalista senza freni.
Ecco perché votare oggi Rivoluzione Civile significa inserire un cuneo nella porta che il capitalismo sta chiudendo in faccia alle generazioni escluse da ogni orizzonte di speranza.
martedì 5 febbraio 2013
Uguaglianza o barbarie
| Mappa del coefficiente Gini |
Per allontanarci un po' dalle miserie elettorali proverò a riflettere su una delle questioni dirimenti della modernità, forse la questione delle questioni: la disuguaglianza. Tema peraltro costantemente eluso in campagna elettorale.
Tralasciando il PIL, che tiene conto solo di dati economici, lo HDI (Human development index) da molti anni indica che i paesi scandinavi sono quelli dove la qualità della vita è più alta. Più in generale, in Norvegia, Olanda, Svezia, ma anche in Germania, la qualità della vita, intesa come livello di servizi sanitari, scolastici, accesso al reddito e così via, è mediamente più alta che negli altri Paesi. Ebbene questi stessi paesi sono anche quelli dove il divario economico della popolazione è più contenuto. Chi lo dice? Ce lo dice l'Indice di Gini, lo statistico italiano che studiò a fondo la distribuzione del reddito.
Guardando in modo sinottico i dati, emerge chiaramente che i paesi ove la ricchezza è meglio distribuita (e cioè ove la distanza tra il 10% più povero della popolazione e il 10% più ricco è più contenuta) sono i paesi dove si vive meglio. La Danimarca e la Svezia sono i paesi dove la disuguaglianza è ai minimi; il Messico, il Portogallo e la Turchia quelli dove è alta e vi sono anche performance di qualità della vita piuttosto basse.
Veniamo all'Italia e guardiamo il dato storico: l'Indice Gini era al 27.3 nel 1995 e siamo arrivati al 31.9 nel 2011. Ciò significa che la disuguaglianza è aumentata di molto negli ultimi vent'anni e quindi che l'Italia sta marciando in direzione opposta a quella auspicabile. Oggi la differenza tra il salario l'operaio e il padrone dell'azienda dove lavora è infinita, molto più di qualche decennio fa in Italia e come ancora accade nei Paesi che consideriamo in via di sviluppo.
Alcuni economisti poi hanno tentato di elaborare il GPI (Indice di progresso reale), che misura l'aumento della qualità della vita di una nazione, ma calcolando se l'incremento della produzione di merci e l'espansione dei servizi abbia prodotto realmente un miglioramento del benessere della gente di quel paese. Ebbene nei paesi che hanno provato a trasformare il semplice PIL in GPI si è visto che mentre il PIL è aumentato costantemente, il GPI è cresciuto sino agli anni 70 e poi non più.
In conclusione, combattere la disuguaglianza sociale conviene. Rende le comunità più unite, lo sviluppo più solido e duraturo e in definitiva produce felicità, contenendo i bisogni indotti e i consumi inutili e producendo una positiva sensazione di progresso sociale collettivo, di una comunità in cammino.
Sitografia:
https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/fields/2172.html
http://www.repubblica.it/economia/2010/07/05/news/inchiesta_redditi-5392064/
http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Easterlin
http://it.wikipedia.org/wiki/Genuine_Progress_Indicator
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